L’inevitabile

Oggi va così. Torno a pubblicare su questo blog dopo quasi un anno.

Sarà che oggi sento particolarmente mia la prossima poesia della raccolta “Lettere dal Secondo Girone del Settimo Cerchio”; dal titolo “L’inevitabile”.

Parla della necessità di dimenticare qualcuno, della solitudine che ne consegue, del tentativo di riprendere la propria vita e dell’inevitabilità del fallimento.

In un reticolo di relazioni effimere con persone che sento a me estranee, dimenticare una persona che è stata la cosa più bella che mi sia potuta accadere non è facile. Non è certo a cuor leggero che si può chiudere un relazione durata anni, in cui si è andati avanti, conquistando, con le unghie e con i denti, traguardi tutt’altro che scontati. In cui l’amore, l’intimità e l’affiatamento erano talmente grandi e veri da permettere davvero di spostare le montagne. Non è sicuramente con serenità che si pone fine a un legame ancora saldo perché intriso di rispetto e affetto, anche se si è giocato un gioco perverso per ferirsi, anestetizzarsi, sfruttare l’altro e inaridire quanto di bello era stato costruito. Non è nemmeno con l’ipocrisia di non credere che, parte della difficoltà, sia dovuta proprio dalle dinamiche malate e deviate che tuttavia si sono create. Come riuscire a sopportare il peso di dover constatare la fine di una storia così importante? Come far uscire il grido che mi si strozza in gola: “Say something, I’m giving up on you!”?

Dimenticare un’amante e dimenticare anche un’amica. Un’amica vera. Di quelle che incontri solo per caso. Una delle tante passanti, cui, fortunatamente, sei riuscito a “sfiorare la mano” (cit.). Dimenticarla perché la vita ti mette su binari differenti, che rendono forse incompatibili soluzioni alternative. Dimenticarla a malincuore.

Dimenticare l’una, l’altra o entrambe. Non dimenticarne alcuna. La follia di pensare di non scegliere. Una, due, tre scelte. Univoche, indipendenti, distinte.

Come non valutare se si possiedono le forze per operare quelle scelte, per sopportare il conseguente dolore, l’inevitabile solitudine? Come non convincersi comunque a ricominciare a vivere e non pensare se si riuscirà a superare tutto questo?

Quando scrissi questa poesia ritenevo fosse scontato, inevitabile – appunto – fallire. Ora non lo so. Il fallimento mi spaventa e il timore che l’effetto di trascinamento che questo fallimento potrebbe avere negli altri ambiti della mia vita è un grande punto interrogativo sul domani.

Forse è solo il mio narcisismo che mi impedisce di vedere la realtà nella sua forma o la solita inettitudine che non mi fa assumere la responsabilità di una rottura o la volontà di riempire nuovamente di contenuti le relazioni importanti nella mia vita.

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